La lezione di Dickens

Ehhh, fin troppo facile, direte voi. 

Il Natale è alle porte, chi non ha letto “A Christmas Carol“, il più famoso racconto di Charles Dickens?

E se fosse il momento di rileggerlo? Direbbe Calvino: i classici sono tali perché raccontano nuove storie ogni volta che li si prende in mano. Il protagonista è Scrooge, della ditta Scrooge&Marley, è l’archetipo dell’avaro e socio in affari del fu Jacob Marley, 

 È, prima di tutto, e come tutti i tirchi incalliti, un avaro di sentimenti, poi di beni materiali. 

Accumula per il gusto di accumulare,  non riesce a spendere perché non sa di essere ricco (come tutti gli avidi). 

È talmente avaro che risparmia perfino sulla temperatura corporea:

Il freddo che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli raggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, ne arrossava gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una brina ghiacciata gli copriva il capo, sopracciglia e mento legnoso; ed egli portava sempre in giro con sé quella bassa temperatura, che gelava il suo ufficio anche nei giorni di canicola, e non saliva sia pure di un grado neanche al tempo di Natale.

Nemmeno a Natale, appunto. Non c’è giorno dell’anno che il vecchio agente di Borsa odi di più. 

E così che il buon Marley gli gioca un brutto tiro e, proprio la notte della Vigilia, gli si presenta davanti. Certo, di fronte a uno scettico inveterato come Scrooge, perfino uno spettro ha il suo bel da fare, e ce ne mette a convincerlo di avere davanti proprio un fantasma. “Che prova vuoi della mia realtà, oltre quella dei tuoi sensi?” chiede la creatura oltremondana. 

“Tu potresti essere un’indigestione di manzo, una cucchiaiata di mostarda, una fetta di formaggio, una patata cruda. 

Chiunque tu sia, c’è in te più del sugo di carne che della tomba”, risponde l’altro. 

Ma gli spiriti, non conoscendo la fretta, sono esseri molto perseveranti. 

“Perché sei incatenato?” domanda a quel punto spaventato il povero Scrooge, finalmente convintosi della presenza ultraterrena.

Porto la catena che mi sono forgiato in vita”, rispose il fantasma. L’ho saldata anello per anello, metro per metro; me la sono caricata di mia spontanea volontà, e di mia spontanea volontà la porto. Il suo modello ti sembra strano?” Scrooge tremava sempre di più. “O vorresti sapere” proseguì il fantasma, “il peso e la lunghezza della catena che tu stesso porti? Sette natali or sono era pesante e lunga come questa, e da allora tu ci hai lavorato intorno parecchio. È una catena pesantissima.

Ed ecco spiegata la ragione della visita. Per alleggerire quella catena, non uno, ma ben tre spettri natalizi faranno visita al vecchio parsimonioso.

Il primo, quello dei Natali passati, riporta in vita memorie dolorose. Solitudine, abbandono, paura. L’infanzia di Scrooge  ripercorre quella di Dickens. È lo stesso dolore che si rinnova, e che poi, per effetto catartico, si trasforma in talento, energia, risorsa creativa.

Il secondo fantasma, quello del presente, è una cornucopia di felicità. Gli mostra la gioia della convivialità, il calore della vicinanza, il potere contagioso dell’allegria e, in definitiva, la capacità di vivere momento per momento, godendo di quello che c’è 

Al terzo spirito, quello del futuro, è consegnata la missione più importante e racchiude il senso dell’intero racconto. L’apparizione silenziosa, l’unica del terzetto soprannaturale a cui non viene data l’opzione della parola, usa solo un indice puntato per svolgere il suo compito. Cosa indica lo leggerete voi, sapendo che ogni giorno, proprio ogni giorno, dovremmo trovare un minuto per ricordarcene. Per noi stessi, e per gli altri.

Dickens viene spesso accusato di essere retorico, conformista, “buonista”, sdolcinato, ma la verità è che nessuno è riuscito a parlare al popolo (e del popolo) con la stessa autenticità. Perché Dickens è capace di guardare i poveri con gli occhi di un povero. I suoi. 

E per questo piace a tutti. Ai minatori, alle sartine, agli impiegati, ai carbonai, agli insegnanti, ai postini, e giù, fino all’ultimo dei carcerati. Dickens si legge ovunque. Nei tuguri più umidi fino ai circoli più esclusivi. Perfino nella Camera dei Lord. E sarà l’intera nobiltà inglese a definirlo il cantore dell’epoca vittoriana. 

Per questo, per questa sua capacità di penetrare in ogni fessura dell’animo umano, nell’abbazia di Westminster riposa vicino a Shakespeare. 

Chissà come sarebbe scoppiato a ridere se l’avesse saputo. Quindi, bando alla ciance, che aspettate a tirarlo fuori dalla libreria?

Tiziana Ciampolini

  • Share:

Leave a Comment

sing in to post your comment or sign-up if you dont have any account.

sedici + 2 =