Plastic all around, un progetto per raccontare con le mani

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Raccontare con le mani. Unire la divulgazione scientifica alla formazione tramite esperienze e farlo per un pubblico ampio, meglio ancora se di bambini. Perché è attraverso le giovani menti che si arriva (anche) agli adulti.

Plastic all around è un progetto divulgativo didattico sul mondo delle plastiche e nasce dalla progettazione congiunta delle associazioni Officine Creative Torino e Tosciencecamp ed è cresciuto all’interno di una community internazionale che si chiama Precious Plastic che ha come obiettivo di guardare in modo diverso a tutte le plastiche che usiamo nel quotidiano.

«Il tema delle plastiche è controverso – racconta Paolo Di Napoli, uno dei due fondatori del progetto (insieme al divulgatore scientifico Andrea Vico) -. Ci raccontano che sono pericolose e che sono ovunque. Nei mari, nei pesci che mangiamo. Eppure la plastica può essere molto preziosa ed è il primo materiale che l’uomo ha inventato con l’obiettivo di creare qualcosa che durasse. Paradossalmente l’impegno messo in questo progetto e il risultato di creare qualcosa che resiste nel tempo ne hanno svalutato il valore. Noi lavoriamo anche per ridargli dignità».

L’importanza del fare

È anche per rendere visibile l’invisibile e per capire in modo pratico problemi e processi che Plastic all around ha messo l’imparare facendo e il raccontare con le mani al primo posto. La scelta deriva dall’esperienza come ricercatore di Paolo che ha lavorato in vari centri di ricerca in Europa prima di tornare in Italia e decidere di darsi alla divulgazione.

«Raccontare con le mani è un grande insegnamento che ho avuto da un mentor in Svizzera in una delle ultime esperienze accademiche. Ho assistito ad una modalità di insegnamento divulgativo in aule con 400 studenti nelle quali le lezioni comprendevano anche  esperimenti diretti con la platea e un continuo coinvolgimento. Sono rimasto affascinato perché ho sempre imparato meglio quando le cose le facevo e riuscivo ad applicarle. E nella scienze dei materiali questo risulta molto facile perché qualsiasi momento delle nostra giornata ha a che fare con la capacità dell’uomo di aver compreso e costruito. La nostra vita è intimamente legata ai materiali e all’uso che ne facciamo in base alle esigenze».

Una comunità aperta

Plastic all around infatti organizza incontri, momenti di approfondimento e laboratori dove davvero si capisce facendo. Il progetto è nato attorno alla costruzione di macchinari che permettono di riutilizzare le plastiche di scarto, trasformandole in nuovi oggetti di rinnovato valore, nati dal recupero di un materiale che altrimenti diventerebbe un rifiuto in una discarica. I macchinari utilizzati per questi lavori sono nati grazie alla rete internazionale Precious Plastic che ha messo a disposizione in open source (tradotto letteralmente “sorgente aperta”) online i progetti e le informazioni per costruirli.

«L’open source è un modello di lavoro che mette a disposizione di tutti, in condivisione, le informazioni. Senza brevetti o vincoli di utilizzo. In questo modo chiunque può lavorare su un dato tema e apportare modifiche o migliorie. Noi ci siamo interessati ai macchinari per il riutilizzo della plastica. Il concetto alla base è che è meglio avere migliaia di teste che ci pensano in giro per il mondo che un team ristretto di ricercatori». L’idea di condividere e collaborare è anche alla base delle proposte di Plastic all around che infatti mette a disposizione i propri macchinari in uno spazio pubblico e aperto come quello delle Officine Creative Torino dove è possibile anche seguire dei corsi.

Sfatare i miti grazie alla divulgazione

L’aspetto divulgativo è importante perché i miti da sfatare sulle plastiche, nel bene e nel male, sono molti.

«Prima di tutto – spiega Di Napoli – si parla molto male degli oggetti monouso. Ma pensiamo a cosa succederebbe in questo momento di emergenza sanitaria se non esistessero. Le siringhe in plastica da usare solo una volta sono molto più comode e sicure che in vetro e nel settore sanitario sono solo uno degli esempi di oggetti di uso quotidiano che è meglio avere in plastica che in altri materiali». Poi c’è la credenza che sia riciclabile all’infinito: «Non è così. Ogni procedimento di riciclo ha bisogno di una parte di plastica vergine, nuova, per poter funzionare. Ma la mia bufala preferita è quella sulle isole di plastica. È una facilità comunicativa. Non esistono isole di plastica, sarebbe quasi bello perché ci permetterebbe di andare a tirare su i rifiuti con facilità e portarli via. La realtà è più complessa. Ma spiegare che ci sono le acque piene di microplastiche non visibili è molto più difficile da raccontare e far capire».

Quando la risposta giusta è “dipende”

«La gestione e l’affrontare un problema complesso come il nostro impatto sul pianeta – prosegue Paolo Di Napoli – non può passare solo per messaggi propagandistici. Parliamo tanto di economia circolare, ma la circolarità è un concetto che si basa su tanti pilastri che comprendono tempo e conoscenza. Non solo la materia».

Per chi vuole soluzioni facili e immediate su come migliorare le cose Di Napoli ha una risposta sola: «Il sistema è più complesso di come vogliamo credere noi e a volte non c’è una soluzione unica e la risposta corretta è “dipende”. Nel caso dei materiali in generale, degli oggetti, del loro recupero o scarto e di quelli fatti in plastica in particolare, quello che possiamo dire è che tutto dipende dall’uso che ne facciamo. Dipende dalla materia di cui sono fatti, dipende da come ci comportiamo noi singoli cittadini e gruppi di persone. Dobbiamo riflettere su quello che facciamo e compiere delle scelte consapevoli senza interferire con la vita delle generazioni future».

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